Questo bel nome di origine moresca che dovrebbe identificare uno specifico minerale riferisce per estensione anche a minuscole pietrine impiegate a scopo ornamentale ricavate da due distinti minerali: marcassite appunto e pirite. Quasi una beffa perché, per i motivi che vedremo, in realtà solo la pirite è tagliata oggi a questo scopo.
Marcassite e pirite vengono spesso confuse. I due minerali pur cristallizzando in forma diversa hanno caratteristiche comuni e stessa identica composizione chimica: FeS2. Un polimorfismo dovuto a fattori ambientali che vede un’unica anima evolversi in due distinti corpi dorati. L’equivoco è comprensibile.

Se già per origine i due minerali sono da ritenersi fratelli, una volta tagliati nelle forme idonee all’uso ornamentale sarebbero indistinguibili come gemelli omozigoti. Allora perché preferire l’uno a scapito dell’altro? Mentre l’importanza economica della marcassite è marginale, i rinvenimenti sono di solito sporadici ed inconsistenti, la pirite, molto più diffusa, ha da sempre rivestito un ruolo di primo piano per l’estrazione del ferro, dello zolfo e dei suoi derivati. Si presenta in giacimenti estesi che consentono uno sfruttamento razionale e continuativo soddisfacendo facilmente anche l’irrilevante fabbisogno del settore ornamentale. E questo potrebbe già essere motivo di discriminazione, ma c’è dell’altro: i cristalli della marcassite sono decisamente più instabili. La prolungata esposizione con l’aria li ossida; il colore vira dal vivace giallo oro iniziale al bronzo spento fino a raggiungere, alla fine del ciclo, un grigio indefinibile. Il minerale ora è così degradato che anche una minima pressione potrebbe già ridurlo in un mucchietto di polvere. Inoltre l’anidride solforosa liberata durante questo processo di decomposizione danneggia con la sua acidità i materiali con i quali si trova a contatto. Motivi sufficienti a spiegare l’abbandono della marcassite in favore della più stabile pirite.

                                                                                                                                           Cristalli di pirite

Dal Perù al Messico, dagli Stati Uniti al Giappone passando per l’Europa, Russia e Cina la distribuzione geografica della pirite, pur puntiforme, riguarda l’intero pianeta e sembra non far torto a nessuno. Una volta tanto anche l’Italia, notoriamente povera di risorse naturali, ha dato in passato un consistente contributo. Le miniere dell’Elba e del Grossetano, per localizzarne di già note ai tempi degli Etruschi, hanno fornito prima della loro dismissione tanto di quel materiale che, se per assurdo, fosse stato tutto destinato alla produzione delle piccole marcassiti, il ricavato sarebbe potuto essere sufficiente fino alla prossima glaciazione.

Una nota: il naturale colore oro e il persistente luccichio dei cristalli freschi di estrazione devono fare un gran bell’effetto sulle persone che ne vengono per la prima volta in contatto, ma l’universale espressione “oro degli sciocchi” attribuita alla pirite non è poi così tanto azzeccata; lo sfruttamento industriale per cui di norma è cavata non esclude infatti che a volte la pirite sia realmente aurifera, portatrice quindi del prezioso metallo.

Antichi Greci, Egizi, Incas, Nativi Americani… l’uso a scopo ornamentale e decorativo della marcassite è certo già presso lontane civiltà. Ma venendo a tempi più recenti, è in epoca vittoriana che queste pietrine guadagnano il favore popolare. L’ossessionante lutto che la regina Vittoria iniziò alla morte del marito e che proseguì per tutta la sua vita, pretendeva non solo abiti neri ma anche una sobrietà nei rari gioielli che rafforzasse questa immagine pubblica. La regale influenza che fin dalla sua incoronazione Vittoria esercitò sulla popolazione del regno fece sì che il suo comportamento diventasse la moda del tempo ed un imperativo per la classe media. Con buona pace dei grandi gioiellieri che videro sfumare i loro fatturati le piccole marcassiti, indifferentemente su argento o metallo, montate a pavé o a cornice di pietre opache, giaietto e cammei, divennero, anche in virtù del loro prezzo irrisorio, le sostitute ideali dei troppo sfavillanti e costosi diamanti. Una popolarità così solida da attraversare indenne mezzo secolo di storia, dilagare con l’avvento dell’Art Déco e proseguire poi, con alterne fortune, fino ai giorni nostri fruttando alla marcassite ampio titolo di classicità.

Coco Chanel asseriva, a ragione, che la moda è fatta per diventare fuori moda. Ma un gioiello in marcassite ben progettato è intramontabile. La capacità della marcassite di esaltare qualsiasi altra pietra e di adattarsi ad ogni abbigliamento consente un’alternativa di buon gusto, versatile, adeguata a tutte le occasioni: dalla formalità di un matrimonio, all’orecchio della sposa come al polso dell’invitata; ad un’incursione in tuta e scarpe da ginnastica nella latteria sotto casa.

La lavorazione della marcassite, oggi completamente automatizzata, prevede per il taglio classico una sezione di cilindro a base piatta e corona a 6 faccette, 4 faccette per il taglio quadrato e rettangolare e 3 per l’insolito taglio triangolare. Questa attività è spartita in regime di quasi monopolio da poche grandi aziende specializzate in grado di garantire un elevato standard produttivo. Recenti tentativi al di fuori di questo monopolio hanno dato risultati qualitativamente discutibili. Pietre di tale provenienza vengono usate in lavori dozzinali dove il prezzo finale dell’oggetto, indirizzato a mercati meno esigenti, prevarica altri argomenti di vendita.

Anche la produzione corrente di gioielli con marcassite, pur dignitosa, offre il fianco a qualche appunto. Economie di assemblaggio impongono l’uso di collanti e purtroppo inevitabili imperfezioni nella distribuzione della colla moltiplicate per il numero spesso elevato delle marcassiti da fissare rendono l’oggetto spento e privo di contrasto.

Tradizionalmente il montaggio è invece effettuato tramite la molto più costosa incastratura: piccole porzioni del metallo di supporto vengono sollevate ad abbracciare ogni singola pietrina e quindi arrotondate. un lungo procedimento sostituibile solo da una accorta costruzione delle minuscole griffe già sull’esemplare in cera poi usato per la fusione del pezzo∗ operazione non meno complessa. In entrambi i casi il risultato ottenuto è incomparabilmente superiore al precedente e la mancanza di collanti evita inoltre precoci ossidazioni della marcassite e del supporto, solitamente d’argento.

Per ironia, il gioiello in marcassite è considerato da qualcuno come espressione etnica dell’Oriente in genere ed in particolare della Tailandia. Se pur vero che la produzione è delegata in massima parte in quei paraggi, è solo per ragioni di disponibilità e costi. La modellistica, suggerita peraltro da buyers internazionali, si rifà totalmente, con qualche adattamento, al periodo vittoriano e al nostro primo novecento, momenti tra i più fertili in assoluto nella storia della gioielleria occidentale, distanti culturalmente anni luce da quella che potrebbe essere la spontanea espressione di quell’artigianato.

 

@Marcello Parrini (2005)4

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